Parrocchia di S. Maria del Carmine e S. Eustachio in S. Francesco - Eboli (Sa)
Parrocchia di S. Maria del Carmine e S. Eustachio                      in S. Francesco - Eboli (Sa)

Chiese della parrocchia

Chiesa di San Francesco

La chiesa di San Francesco alla sua edificazione, avvenuta nel 1286, era dedicata a San Lorenzo e solo in un secondo tem­po, quando le fu costruito accanto il convento, divenne chiesa conventuale e as­sunse il nome di San Francesco d'Assisi. Tale nome appare già in un documento del 1349. Anche da alcune notizie pubblicate dal primicerio don Michele Paesano risul­ta che la chiesa di San Francesco è più antica del convento stesso. Il Paesano ci fa sapere anche che sopra un sepolcro in una cappella (oggi adibita a sacrestia) leggesi che fin dal 1224 vi furono sepolti Iohel e Jacobus Putifredus.  Quindi la chiesa, nel 1224 già esisteva. Non è improbabile che in essa sia sta­to sepolto il poeta Pietro da Eboli, come asserisce il medico e storico ebolitano don Giuseppe Augelluzzi, ma purtroppo non abbiamo elementi certi per affermarlo. Non si sa se la chiesa in origine avesse avuto la vastità di quella attuale. È proba­bile, tuttavia, che essa sia stata ampliata proprio in occasione della costruzione del convento, perché il suo stile mostra chiari segni dell'influenza dell'architettura proven­zale, che fu introdotta in Italia meridionale al tempo della dominazione angioina (1266-1440). Giuseppe Augelluzzi, parlando di questa chiesa dice: «In San Francesco il concetto orizzontale rimane dominante nell’aspetto dell’edificio e mantiene il sopravvento sul verticale. Sparisce il complesso sistema costruttivo della chie­sa gotica settentrionale e mancano i fragili archi rampanti interni; mancano altresì tutti i ricchi elementi di coronamento dell'edificio.» Fin dalle origini la chiesa si arricchì di cappelle che ben presto furono acquista­te, unitamente alle sepolture, da nobili famiglie ebolitane. L’edificio è a navata unica in asse est-ovest con l’abside rettilineo coperto a crociera. Si accede attraverso un portale di pietra decorato da una fascia marmorea con motivi floreali e arco acuto. Nella chiave di volta vi è scolpito un Agnus Dei. Al centro dell’architrave vi è inciso lo stemma della famiglia Sanseverino e ai due lati di esso, leggermente più in basso e in linea tra loro, due scudi che riportano le medesime armi ma non è stato ancora possibile attribuirle a nessuna famiglia in particolare, probabilmente la stessa che commissionò l’opera. Tutto il portale, chiaramente rimaneggiato è ascrivibile alla seconda metà del XIV secolo. Sullo stipite destro del portale è stato individuato, qualche anno fa, un numero imprecisato di antichi graffiti. I simboli “a sgraffio” erano solitamente lasciati dai pellegrini che, nel medioevo, visitavano un edificio sacro, per testimoniare la visita, sciogliere un voto, o semplicemente una preghiera o una formula beneaugurante. Questi graffiti sembrano, con molta probabilità, ascrivibili a tale pratica. Vi sono croci, triangoli, lesene, rombi, lettere, delle quali tre sembrerebbero mostrare l’intenzione, per altro errata sotto il punto di vista grammaticale, di rendere l’abbreviazione del nome greco Michele. Le lettere usate sono my, eta e lambda dell’alfabeto greco che, nel caso corretto andrebbero disposte in questa sequenza ma, nel nostro caso sembra che alla sequenza fosse stato omesso il segno eta, aggiunto, poi, più in basso, sotto il segno my. Ciononostante, paragonato ad altri casi italiani, approfonditamente studiati, il nome, riferibile al santo omonimo, era conosciuto come un potente talismano contro il male. Inoltre, un graffito di particolare interesse, mostra la figura di un uomo vestito di una corta tunica che impugna un bastone da pellegrino nella mano sinistra con il braccio destro alzato. La figura sembra procedere verso una ruota a otto raggio. Appena all’ingresso, al lato sinistro vi è un grande arco a tutto sesto lasciato a vista dagli interventi moderni. Probabilmente, in origine permetteva il passaggio all’ambiente, adiacente alla navata, che gravemente danneggiato dagli eventi bellici si decise di abbattere. L’interno della chiesa è caratterizzato da uno stile “barocco” lungo la navata, mentre la zona del coro, a terminazione lineare, con finestrone ogivale, colonnine a rincasso sormontate da capitelli decorati a fogliame, sembra mostrare più esplicitamente l’origine medioevale della chiesa, questo perché, dopo il Secondo Conflitto Mondiale, a seguito dei danni causati dalle bombe, vennero rimosse tutte le sovrastrutture tarde, sia per motivi di praticità, sia per motivi economici, si preferì lasciare “a vista” ciò che il legno e lo stucco barocco avevano precedentemente obliato. Il coro è voltato a crociera con costoloni circolari in tufello grigio rifiniti a “filet” ed è introdotto da un ampio arcone trionfale a sesto acuto. L’aula è illuminata da monofore a sesto acuto, il tetto a capride lignee è stato notevolmente riabbassato dopo la ricostruzione post-bellica.L’altare maggiore risale all’anno 1774 quando il padre guardiano del convento, tale Francesco Biscaglia, commissionò al maestro marmolaro napoletano Giuseppe di Bernardo la sua costruzione, chiedendolo simile a quello esistente nella chiesa della Nunziatella A Pizzofolcoso, in Napoli. Poiché la chiesa era ampia e sorgeva al centro della città, cominciò ad ospita­re le assemblee cittadine per i consueti parlamenti. La chiesa nel corso dei secoli subì varie modifiche e fu costantemente abbellita e arricchita anche di quadri ed affreschi. All’interno dell’aula sacra, ora a navata unica, vi è un tabernacolo eucaristico rinascimentale ubicato nell’abside, alle spalle dell’altare maggiore sopra citato, nascosto alla vista dei fedeli, addossato alla parete di fondo della chiesa. Al di sopra di esso vi sono gli affreschi delle vele dell’abside. Il tabernacolo è la parte superiore di un Altare del SS. Sacramento, sulla cui mensa poggia la predella marmorea del rilievo scultoreo. Iconograficamente, quest’opera presenta elementi desunti dalla tradizione scultorea tardo quattrocentesca toscana, fiorentina, e anche romana. La Colomba, per esempio, è elemento iconografico comune che ritroviamo anche in un tabernacolo coevo nella Chiesa di San Giorgio a Postiglione, vicini sono anche i modi del modellato degli ornati delle lesene laterali, che inquadrano lo scomparto centrale. A Eboli, come a Postiglione e al tabernacolo nella Chiesa di S. Martino Vescovo a Serre, il piccolo vano, a forma di finestra, o porta, sormontata da un frontone classico-rinascimentale, che originariamente conteneva le ostie, fu poi utilizzato per custodire l’olio santo, come testimonia la successiva scritta Oleum Sanctum. Il medesimo vano conserva ancora la grata originaria, in ferro, che serviva a proteggere il Corpo di Cristo: è un elemento straordinario perché altri tabernacoli ne sono privi. Ai lati del vano centrale vi sono i due canonici Angeli adoranti, al di sopra vi è la Colomba. Nella parte alta della volta a botte vi sono due angeli che reggono il velo della Veronica, col volto di Gesù. Stilisticamente, sia gli angeli sorreggenti la Veronica, sia quelli in adorazione sembrano appartenere alla mano o alla bottega dello scultore Girolamo Santacroce, e quindi il tabernacolo è da ascrivere ai primi decenni del XVI Secolo. Nella prima metà del 1500, i padri con­ventuali decisero di apportare delle modifiche alla chiesa per renderla «in forma moderna e speciosa». Durante questi lavori, il pittore Agostino Tesauro eseguì sotto la volta della chiesa nelle vele del coro un ciclo di affreschi raffiguranti accigliati profeti a mezzo busto, dipinti entro oculi e recanti cartigli con versetti biblici, che ci forniscono indicazioni sul programma ideologico-religioso della decorazione dell’intera volta. Si tratta di un ciclo che allude all’esaltazione di Gesù e della Vergine, in rapporto con quanto rivelato dai Profeti dell’Antico Testamento; vi sono raffigurati: Isacco, la cui figura è quasi completamente scomparsa, Giacobbe e, nell'ordine, Ezechiele, Gioele ed Esdra, poi Giona ed infine Abacuc. Tali affreschi, che in un primo tempo furono erroneamente attribuiti alla mano di Andrea Sabatini da Salerno, vengono datati al 1512 dalla storica dell’arte Antonia D’Aniello, sulla scorta delle indicazioni di Leone De Castris e di Paola Giusti. Nel corso dell'am­modernamento fu anche rialzato il pavimento, che in origine era a piano di strada. Ciò risulta da una supplica inviata da tre ebolitani al padre provinciale dei Conventuali. Don Bernardino, don Domenico e don Giuseppe di Mirto di Eboli si rivolgono al molto Rev.do Padre Provinciale e dicono che fin dall'anno 1510, dal convento di San Francesco di detta terra fu concessa a Carlo, Stefano e Andrea di Mirto, loro antenati, un luogo nella chiesa del convento al fine di poter erigere una cappella con sepoltura di famiglia, come appare dall'istrumento redatto dal nota­io Alfonso de Troiano il 28 febbraio di detto anno. La cappella fu eretta sotto il titolo di Santa Maria della Pietà con la conveniente dote, «e poiché dopo molti anni fu espediente a detto convento alzare il pavimento della detta chiesa per la qual causa venne a diroccarsi detta cappella. Poiché oggi intendono essi supplicanti eri­gere in altro luogo detta cappella, sotto il titolo del miracoloso S. Nicola di Bari, sup­plicano intanto Vostro Provinciale Molto Reverendo concedere il suo assenso e beneplacito». Nell'anno 1578 fu eretto nella chiesa un monumento funebre a Giovanni Nicola de Troiano. Questo monumento si trova tuttora a sinistra entrando nella chiesa ed è in buono stato di conservazione. Sulla lapide sono riportati, a cura della figlia Eleonora, baronessa di Quaglietta e dei parenti, i meriti e le virtù che onorarono questo ebolitano. Al lato destro di detta chiesa vi è un altro monumento funebre antico. Dallo stemma scolpito al centro di esso si nota che contiene i resti di un membro della famiglia De Cristofaro di Eboli, è ignota la data di deposizione. Sotto l’area del presbiterio della chiesa vi è un vano a volta, accessibile attraverso una scala a due rampe e situato ad una quota di poco più bassa di quella della strada, che misura 16,35 m di lunghezza,5,94 m di larghezza ed ha un’altezza massima di 5, 40 m. L’orientamento segue quello dell’impianto ecclesiastico cioè Est-Ovest. Questo ambiente ospita il colatoio dei morti, ossia  un ipogeo funebre  usato come camera di decomposizione dei cadaveri: un ambiente finalizzato ad una particolare pratica funeraria attestata in molti luoghi del meridione d’Italia tra i secoli XVII e XIX. Un trattamento dei defunti di cui si avvaleva l’élite cittadina sia laica che ecclesiastica. I corpi venivano adagiati in posizione seduta all’interno di nicchie murarie dotate di sedili che permettevano il deflusso dei liquidi cadaverici mano a mano che la decomposizione seguiva il suo corso e facendo sì che il corpo si purgasse delle parti molli e putrescibili fino all’essiccamento totale dei tessuti. A processo concluso, le ossa venivano lavate con aceto e in alcuni casi con una soluzione di cloruro di calce e deposte in un ossario ad esclusione del cranio che veniva esposto a vista su un lungo mensolone di pietra. Le caratteristiche architettoniche di tali ambienti e la tipologia organizzativa si ripete con pochissime variazioni in tutto il meridione. In quello della chiesa vi sono trentadue alloggi per i cadaveri (nicchie) distribuiti lungo tutti e quattro i lati dell’ambiente. Un cornicione/mensola corre per l’intero perimetro al di sopra delle nicchie e veniva utilizzato per l’esposizione dei crani sopra citata. Il piano di seduta delle nicchie è posto a circa 50 cm dall’attuale piano pavimentale che chiaramente è di epoca recente e non sono muniti del tipico foro per la raccolta dei liquidi della putrefazione che spesso è presente in questa tipologia di sedili-colatoio, perciò è plausibile ipotizzare che i liquami dovevano versare direttamente sul piano pavimentale e si incanalavano, probabilmente, in un sistema di raccolta oggi non più visibile. Dalla testimonianza di alcuni operai, che nel periodo postbellico hanno lavorato nella chiesa, sappiamo che l’attuale pavimento poggia su cumuli di materiale di risulta forse relativi ai lavori di ricostruzione post bellici dell’edificio: almeno 140-150 cm  di materiale che sembrano abbiano saturato una conca ricavata nella roccia che si estendeva sotto tutta l’area del colatoio. E’ probabile che lo spazio occupato adesso dai detriti fosse un tempo almeno parzialmente utilizzato come ossario, un elemento sempre presente nei colatoi conosciuti. Una piccola finestra, posta in alto, sulla parete Est, risulta essere l’unica fonte di luce naturale dell’ambiente.

 

Alessio Scarpa

 

Chiesa di San Nicola

La chiesa di San Nicola De

Chiesa di San Biagio

La chiesa di San Biagio

Chiesa di San Lorenzo

La chiesa di San Lorenzo

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© Parrocchia di S. Maria del Carmine e S. Eustachio in S. Francesco - 84025 Eboli (Sa)-A.S.

ORARI LITURGIA

 

Sante Messe

Giorni Feriali:

ore 19:00 Chiesa San Francesco

 

Giorni Festivi:

 ore 10:30 Chiesa San Francesco

 ore 19:00Chiesa San Francesco

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Adorazione Eucaristica

(da Ottobre a Giugno)

 

Primo Venerdi del mese

 

 ore 18:00 - 19:00 Chiesa San Nicola

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Sua Santità Papa   Francesco